16 giugno 2005

Le menzogne delle case discografiche, parte 2

La seconda menzogna da parte delle case discografiche che si desume dal rapporto OCSE sulla musica online segnalato in questo intervento di qualche giorno fa, riguarda le presente perdite che queste subirebbero a causa della condivisione di brani musicali in mp3 tramite P2P.

Le case discografiche strombazzano dati senza capo nè cosa e completamente di parte quali le seguenti: "Per la prima volta è stato condotto uno studio sistematico, dal punto di vista dell’illecito, sul funzionamento dei collegamenti “peer to peer” che ha permesso di effettuare una stima prudenziale dei danni a carico dell’industria, dell’erario e della SIAE, valutati in oltre 35.000 euro l’ora."

In altri termini, secondo le case discografiche, annualmente vi sarebbe un mancato quadagno di 307 milioni di euro. Bene. Sapete a quanto ammontano l'intero incasso di tutta l'industria musicale italiana nel 2004? 280 milioni di euro (come rilevabile da apposito documento della FIMI). Beh, questi buontemponi piangono miseria asserendo che i mancati introiti derivanti dallo scambio di file via internet è superiore al valore di tutti i dischi venduti nei negozi di dischi!
Dando per buoni le fandonie suddette, si arreverebbe ad un valore totale del mercato discografico di 587 milioni di euro all'anno: questo senza considerare il valore dei dischi duplicati abusivamente venduti per strada negli attuali periodi di crisi economica imperversante quando, buon senso vorrebbe, che le prime spese ad essere tagliate sono quelle voluttuarie quali quelle legate alla musica. Ora, sapete quanto è stato il massimo valore assunto dal mercato discografico? 382 milioni di euro, nel 1999, quando non esisteva il fenomeno dello scambio di mp3 via internet e quando l'economia tirava alla grande. Patetici.

A difendere un minimo di logica, violentata dai discografici, ci pensa il su citato rapporto OCSE, di cui riportiamo un ulteriore "finding":
"It is difficult to establish a basis to prove a causal relationship between the 20% fall in overall revenues experienced by the music industry between 1999 and 2003, but digital piracy may be an important impediment to the success of legitimate online content markets."
Tradotto: "E' difficile dimostrare una relazione di causa-effetto tra il 20% di diminuzione delle vendite industria musicale a livello globale tra il 1999 ed il 2003, ma la pirateria musicale digitale potrebbe costituire un importante ostacolo all'affermazione della commercializzazione di musica digitale a pagamento".

Che è una cosa che decine di osservatori indipendenti, oltre che tutta la comunità online, vanno affermando da tempo: che la condivisione di musica tramite internet crea scarsi danni all'industria musicale, anzi, alcuni osservatori sostengono addirittura che procura dei benefici derivanti dalla promozione aggiuntiva che il brano riceve dalla diffusione sulle reti di file sharing, nè più nè meno della promozione che si ottiene attraverso la promozione via radio.

Certo, se si cerca di vendere online brani digitali a prezzi proibitivi (addirittura superiori al costo dei corrispondenti CD audio), senza alcuna qualità aggiuntiva rispetto a quelli scaricabili liberamente o addirittura con minore qualità e con limitazioni aggiuntive derivanti dai DRM, neanche Lapalice potrebbe fare di meglio asserendo che tali tentativi di vendita truffaldina potrebbero avere degli ostacoli dalla diffusione delle reti P2P. Ma questa è un'altra storia...


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