06 febbraio 2012

Appropriazione indebita

Strepitoso pezzo di Marco Damilano sullo sfascio che si è abbattuto anche a sinistra negli ultimi 20 anni, e su di una leadership totalmente inetta che, avendo come avversario un pagliaccio, è riuscita a perdere sistematicamente, anche quando gli elettori gli hanno consentito di vincere le elezioni. L'articolo trae spunto dalle ultime incredibili vicende dell'ex-partito di cicorione Rutelli, e della sparizione di milioni "a sua insaputa" (eccone un altro). Per vostra comodità riportiamo per intero l'articolo di Damilano.

«Per capire dove va la Margherita non si può prescindere da dove sta…». Cominciava così l’articolo firmato da Federica Fantozzi sull’Unità del 13 dicembre 2003. Per la prima volta una cronista era entrata nella nuova sede del partito di Francesco Rutelli, un piccolo scoop. E la descriveva così: «Duemilaseicento metri più terrazze dentro l’Istituto Nazareno comprensivi di: a) ingresso con badge magnetico e hall in marmo dotata di schermi a cristalli liquidi; b) primo piano con l’ufficio comunicazione, i dipartimenti e i capi (Rutelli, Parisi, Franceschini); c) secondo piano mozzafiato: sala direzione con maxi-schermo e soffitto a cassettoni, sala esecutivo con proiettore, stendardi e tavolo presidenziale; d) bagni principeschi separati per peones e vertici; e) area ristoro con bar e tavolini; f) superterrazza rallegrata da alberi di arance e limoni, che domina i tetti capitolini e guarda dall’alto in basso il balconcino di casa Santanchè e le finestre di Gianni Letta». «Duemilaseicento metri desolatamente vuoti», aggiungeva perfidamente la Fantozzi. «Di venerdì pomeriggio, non un’anima siede alle scrivanie con vista. Ma anche in giorni normali, tavoli e sedie si impolverano. Paura di incontrarsi senza nulla da dirsi, malignano…».

Il giorno dopo il quotidiano fondato da Gramsci (all’epoca diretto da Furio Colombo) ospitò una furente lettera di rettifica. «Desidero precisare quanto segue sulla nuova sede Dl: -Gli uffici sono stati presi ad un prezzo assai vantaggioso, decisamente inferiore a quello di mercato; -Tutte le stanze dell’ufficio sono occupate dal personale della Margherita che ci lavora quotidianamente. Niente uffici vuoti, quindi, né scrivanie polverose. -I servizi non sono “principeschi”, ma dignitosi e puliti. È vero, invece, che sono separati; non tra “dirigenti” e “peones”, ma più banalmente tra donne e uomini». Firmato avv.Luigi Lusi, tesoriere della Margherita.

Oggi che Lusi ha confessato di essersi appropriato di 13 milioni di euro dai bilanci della Margherita quel riferimento al prezzo «assai vantaggioso, decisamente inferiore a quello di mercato» fa venire i brividi. Nessuno poteva immaginare che l’amministratore scappasse con la cassa. Ma in quel palazzo troppo grande per le dimensioni elettorali del partito ma non per le ambizioni del suo leader si potevano già all’epoca riconoscere le degenerazioni successive. Si racconta che quando Arturo Parisi mise per la prima volta piede in largo del Nazareno commentò amaramente: «Questo edificio rappresenta la mia più grande sconfitta politica». Non sorprende che sia stato lui l’unico ex dirigente della Margherita a ritenere «opaco» il bilancio presentato da Lusi. Né che ieri sia stato ascoltato dai magistrati che indagano sullo scandalo.

In quel palazzo e nei suoi schermi a cristalli liquidi c’era la sconfitta del partito nuovo, leggero, alternativo al modello di partito pesante rappresentato dagli eredi del Pci. Già nel 2003, al contrario, si poteva dire che la giovane Margherita di Rutelli aveva ereditato gli aspetti deteriori dei partiti Prima Repubblica, l’apparato elefantiaco e la divisione in correnti, mixati con le novità peggiori dei partiti Seconda Repubblica: il leaderismo, la lista personale, il segretario che si fa padrone della formazione che dirige e che non può essere messo in minoranza. Non a caso, nella divisione dei compiti, ai popolari con Franco Marini era toccata l’Organizzazione (l’old style: tessere, congressi locali, candidature…), Rutelli il giovane si era tenuto la new economy, la Comunicazione. E il cuore pulsante di ogni potere, vecchio e nuovo: la Tesoreria, i soldi.

Conclusione: il compito storico della Margherita era accelerare la lenta marcia della Quercia riluttante e pachidermica verso il partito dell’Ulivo. Poteva sembrare che Rutelli utilizzasse la Margherita per sfidare i Ds e infatti a parole lo aveva fatto: convegni sulla fine della socialdemocrazia, interviste violente sul caso Unipol, lo smarcamento sui temi etici. Ma a un certo punto il bello guaglione divenne il principale ostacolo al progetto di Prodi e di Parisi. Il partito del rinnovamento si trasformò nel partito della conservazione. Alleato incredibilmente ai conservatori dei Ds, anche loro desiderosi di mantenere il vecchio simbolo e il vecchio apparato. Oltre che il controllo assoluto delle risorse. Un patto ben simboleggiato dalla coppia dei tesorieri Ugo Sposetti e Luigi Lusi, uniti nella lotta quando c’era da difendere l’autonomia (leggi: le finanze) dei partiti di provenienza.

Un’alleanza che almeno in un’occasione è stata letale per il centrosinistra. Quando alle elezioni del 2006 Ds e Margherita accettarono di fare una lista unica (Uniti nell’Ulivo) per la Camera, ma corsero separati, con i loro rispettivi simboli, al Senato. Alla Camera l’Ulivo conquistò quasi dodici milioni di voti (11.930.983, il 31,2 per cento: se oggi lo toccasse il Pd Bersani si butterebbe nudo nella fontana di Trevi sotto la neve), al Senato i Ds raccolsero 5 milioni e 977mila voti (il 17,5 per cento) e la Margherita 3 milioni e 664mila voti (il 10,7). Fatti i conti, 9 milioni e 600mila voti, quasi 2 milioni e 300 mila voti in meno di quanto aveva preso l’Ulivo di Prodi alla Camera. Avessero fatto la scelta di andare uniti anche al voto del Senato, forse non ci sarebbe stata la drammatica scena del governo Prodi appeso a uno-due voti a Palazzo Madama, costretto a ricorrere all’appoggio dei senatori a vita e infine rovesciato dopo meno di due anni, con il voto decisivo, ricordate?, di Lamberto Dini, Domenico Fisichella e Giuseppe Scalera, tutti eletti nella Margherita, già. Senza quella scelta il partito dell’Ulivo (o Partito democratico) sarebbe nato con qualche anno di anticipo. E il governo Prodi avrebbe avuto un cammino più tranquillo.

Autolesionisti i capi partito, Fassino e Rutelli, che erano andati soli al Senato? No, perché proprio quella scelta ha garantito ai Ds e alla Margherita i famigerati rimborsi elettorali fino al 2011 (cioè fino a oggi): all’inizio, nel 2006, erano circa 35 milioni di euro alla Quercia e 25 milioni al partito di Rutelli e di Lusi. Meglio perdere (o pareggiare) le elezioni che perdere i finanziamenti.

Una regola che si è mantenuta con la nascita del Pd. Quando, ancora una volta, la coppia Sposetti-Lusi rifiutò di sborsare un euro per il nuovo partito di Veltroni. Una storia tragicomica, raccontata in un libro dal tesoriere Mauro Agostini. Con un partito appena nato tenuto in scacco da due partiti morti e sepolti, ma solo in teoria. Come dimostrò il grottesco episodio della targa alla porta del Nazareno. Sì, perché nella ex sede della Margherita dal 2008 era approdato il Partito democratico, dopo la chiusura dell’esile Loft, uno dei simboli della campagna elettorale veltroniana. E i nuovi inquilini, giustamente, tentarono di smontare dalla porta l’insegna del vecchio partito. Ma quando ci provarono furono respinti con perdite. Gli ex inquilini ordinarono una nuova targa, la rimisero al suo posto e si incazzarono pure. «Noi siamo i padroni di casa che gentilmente ospitano il Pd. Non pagano affitto né luce, né gas, né telefono, come si sono permessi di togliere la targa? Almeno un minimo di educazione!». E chi era il custode del buon galateo politico? Lusi, sempre lui. Che però, almeno su un punto, aveva ragione: il palazzo del Nazareno era della Margherita, il Pd era un affittuario e tale è ancora oggi.

Si può ridurre tutta questa storia a un romanzo criminale, alla mela marcia Lusi? No, non si può. Lusi è un carrierista arrogante, dai tempi dell’Agesci, e non merita nessuna difesa. Ma questa è una storia politica, non giudiziaria. Spiega perché il centrosinistra, e l’area che avrebbe dovuto guidarlo, i Ds e la Margherita uniti nell’Ulivo e nel Pd, hanno perso per vent’anni, e anche quando hanno vinto hanno tramato contro il loro premier, Romano Prodi. Perché hanno bloccato (loro che avrebbero dovuto rappresentare il rinnovamento) ogni ipotesi di riforma del sistema politico. Perché hanno pensato soprattutto a tutelare se stessi, la loro micro-fettina di potere e di influenza, i loro canali di finanziamento, a discapito delle richieste dei loro elettori che nel frattempo facevano la fila alle primarie e continuavano a votarli, con pazienza e con generosità.

Se segui i soldi arrivi alla politica. O viceversa. È questo il furto che non si può perdonare. Di sogni, di energie, di entusiasmi. Progetti sacrificati a piccole rendite, all’altare dell’egoismo dei singoli leader o della Ditta collettiva. La vera appropriazione indebita.

(da L'Espresso: Appropriazione indebita, di Marco Damilano)

Nessun commento: