04 giugno 2010

La gatta d'Italia

Il 2 giugno 1946 si tenne il referendum istituzionale che chiese agli italiani quale forma di governo volevano: monarchia o repubblica. Come sapete, vinse la repubblica e da allora il 2 giugno si celebra la nascita della nazione Italia, più o meno come il 14 luglio i francesi festeggiano la presa della Bastiglia, e il 4 luglio gli statunitensi festeggiano la firma della dichiarazione d'indipendenza. Da tutto il mondo, i capi di stato mandano auguri al Presidente della Repubblica italiana, più o meno come se fosse il compleanno della nazione. Ed in queste occasioni, a risuonare è quello che, bene o male, viene riconosciuto come l'inno nazionale italiano: Fratelli d'Italia. A Varese no, il purtroppo-ministro Maroni ha fatto suonare dalla fanfara La gatta di Gino Paoli. (!)

Già, quella cosa che dice "C'era una volta una gatta che aveva una macchia nera sul muso" o "Se la chitarra suonavo la gatta faceva le fusa ed una stellina scendeva vicina poi mi sorrideva e se ne tornava su". Dimostrando, ancora una volta, l'abissale mancanza di statura di governanti, oltre che di abissale ignoranza di questi beceri montanari legaioli, corresponsabili dello sfascio in cui l'Italia è precipatata da quando sono balzati alla ribalta.

Il figuro che ci ritroviamo come ministro (ministro!) si è difeso asserendo che lui festeggia il 2 giugno come più gli pare, non capendo (e c'è da stupirsene?) che non stiamo parlando di Roberto Maroni come cittadino ma del suo ruolo di ministro (ministro!) degli Interni, cui rispondono le decine di migliaia di forze dell'ordine che per servire la nazione ci lasciano le penne. E che lui non è il ministro di una cosa improbabile come la Padania o il Varesotto, ma un ministro della Repubblica. E che il suo (ricco) stipendio glielo pagano tutti gli italiani e non solo i montanari legaioli.

I legaioli, nella loro infinita ignorante sguaiataggine, hanno proposto più volte la sostituzione di Fratelli d'Italia con Va' pensiero dal Nabucco di Giuseppe Verdi. Riuscendo a dire due bestialità in una, non sapendo neanche quello di cui vanno cianciando.

Intanto perchè un inno NON deve necessariamente essere un bel pezzo di musica, ma deve assolvere a tutt'altro. Intanto deve piacere ai destinatari, a chi deve cantarlo. E non c'è dubbio che il Canto degli Italiani (titolo originario della composizione di Mameli) è stato un grossissimo successo di pubblico, sin dalla sua prima apparizione nel 1847, in pieno periodo risorgimentale. Fu poi un grosso successo nella sua prima incisione su disco da parte del tenore Giuseppe Godono nel 1915, ed anche il fascismo lo adottò come uno dei suoi simboli.

Ma sopratutto, un inno deve avere una tensione ad un ideale da conquistare, uno spirito positivo e di vittoria, tutte caratteristiche insite nella composizione di Mameli, che invitava a liberarsi dall'occupazione austriaca, con ennemila riferimenti alla storia italiana (viceversa, Va' pensiero non ha alcun riferimento alla storia patria: è il canto di un popolo diverso, gli ebrei, e perdipiù sconfitto).

Mameli era un repubblicano, seguace delle idee di Mazzini e degli ideali di Garibaldi, e contrario anche alla casa Savoia che infatti proibì l'inno. Tant'è che l'inno ufficiale italiano è sempre stato, sino alla loro cacciata, la Marcia Reale di Casa Savoia. L'Inno di Mameli non è quindi mai stato l'inno ufficiale dello Stato italiano: i legaioli, al solito, non sanno neanche quello contro cui si scagliano. Ma non è finita qui: tenetevi forte. L'Inno di Mameli non è mai stato l'inno ufficiale della Repubblica italiana!

In realtà, fu adottato provvisoriamente il 12 ottobre 1946, giusto per avere qualcosa da suonare per la ricorrenza del 4 novembre, celebrazione della fine della Prima Guerra Mondiale e festa delle Forze Armate. Da allora il provvedimento non è mai stato resto definitivo e continua a restare provvisorio.

Tant'è che nel 2006 al Senato fu presentato un disegno di legge costituzionale che modificasse l'articolo 12 della Costituzione con l'aggiunta del comma «L'inno della Repubblica è Fratelli d'Italia». Ma ovviamente non se ne fece nulla e quindi l'inno di Mameli non è mai stato (e non è) l'inno ufficiale della repubblica italiana.

Il suo è esclusivamente un successo di pubblico, che l'ha imposto come simbolo di tutti gli italiani, di qualunque latitudine. E' uno dei simboli in cui si riconoscono gli italiani all'estero ed, ovviamente, tutti gli sportivi all'atto delle vittorie della Nazionale o della Ferrari. Così come risuonava durante le Cinque Giornate di Milano.

Ed ancora più paradossale per i cultori dello slogan di Roma ladrona, Goffredo Mameli morì giovanissimo (a 22 anni) giusto a Roma, durante la difesa della seconda Repubblica Romana, la cui Costituizione aveva come Principio fondamentale: "Il regime democratico ha per regola l'eguaglianza, la libertà, la fraternità. Non riconosce titoli di nobiltà, né privilegi di nascita o casta". Espereimento, purtroppo brevissimo, che trasformò Roma da stato oscurantista a società che metteva in atto principi quali suffragio universale, abolizione della pena di morte e libertà di culto, principi che sarebbero diventati realtà in Europa solo circa un secolo dopo.

Tutto questo è quello che c'è dietro "Frateli d'Italia". E cosa c'è dietro "La gatta"? Storie di un provinciale che si arrabatta per avere un qualche successo. Lo ottiene con i soliti metodi maneggioni all'italiana (Mogol gli fece da prestanome in quanto Paoli non era iscritto alla SIAE), gli amorazzi del mondo dello spettacolo, mette in cinta una sedicenne mentre la moglie ufficiale aspetta un figlio, le depressioni suicide, i problemi con l'alcol.

E sopratutto, non sanno gli ignorantoni legaioli che Mameli era sì di idee repubblicane, ma di ispirazione federalista, nemico come era dell'approccio centralista ed egemonico della casa Savoia. Cosicchè quei beoti dei legaioli vogliono introdurre per legge i dialetti e mandare in pensione l'inno di Mameli, dovuto ad un convinto federalista per perorare la causa come inno nazionale de La canzone del Piave dovuta ad un autore napoletano...

Bah, mi rendo di quanto queste parole possano essere vane per chi, ormai impermeabile a tutto, se ne sta beatamente immerso in un mix di ignoranza, cialtroneria e malafede, con la piccina speranza egoistica che qualunque briciola di malaffare giunga, non importa per quali vie, ad arricchire le proprie tasche.

Alegher, alegher, ch'el bùs de'l cùl l'è negher!

4 commenti:

Anonimo ha detto...

Caro Chart perdonami se la butto in vacca ma questo post sgorga spontaneo dalla mia penna, o meglio le lettere della tastiera si stanno schiacciando da sole: ma quale Va Pensiero e Nabucchi d’Egitto (o di Babilonia), ma che Fratelli di non si sa quale Italia; c’è un inno, meglio una Summa che raccoglie in sé l’essenza dell’italico pensiero, parole immortali scolpite da Mario Panzeri (sì, quello di Pippo non lo sa e Grazie dei Fior) nel 1970, e che meritano di assurgere, loro sì, a inno nazionale! Cantato a petto in fuori da legioni di ministeriali che timbrano il cartellino per gli altri che son fuori a far la spesa o il doppio lavoro; da schiere di imprenditori che evadono le tasse dichiarando al fisco beffardamente meno dei propri operai, da nuguli di professionisti che omettono scontrini e ricevute, e, in primis, dalla pletora di politici che ne farebbero fieri il proprio salmo cantato. Soffèrmati un attimo e medita se

…Fin che la barca va / lasciala andare
Fin che la barca va / stai a guardare
Finchè la barca va / tu non remare….

Non sia la sintesi, la quintessenza del modo d’essere della stragrande maggioranza dei nostri compatrioti, capitanati da chi dovrebbe rappresentarli sui più alti scranni. La domanda è: quanto andrà ancora, ‘sta rabberciatissima barchetta?
Un carissimo saluto a tutti
mautarga

Marcello ha detto...

".... sin dalla sua prima apparizione nel 1947, in pieno periodo risorgimentale."

Il Risorgimento nel dopoguerra mi giunge nuova, pensavo fosse nel secolo precedente :-)

chartitalia ha detto...

@Marcello:
corretto, grazie

Anonimo ha detto...

l'INNO DI MAMELI FU ADOTTATO LA PRIMA VOLTA DURANTE LA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA