14 giugno 2005

Le menzogne delle case discografiche

Che le case discografiche stiano facendo di tutto per porsi come il principale nemico dei propri clienti è cosa abbastanza nota e condivisa tra chi ancora si ostina ad amare la musica. Diversi osservatori concordano nel ritenere che le case discografiche si stiano suicidando, a dispetto delle apparenti vittorie che stanno ottenendo giuridicamente: approvazione di legggi capestro che consentono di trattare i loro clienti come criminali o sponsorizzando operazioni di polizia per dare la caccia agli scaricatori di canzonette e trascinandoli davanti a tribunali o sotto la minaccia di multe salatissime e gogne mediatiche.

A dare sostanza alla inadeguatezza delle strategie delle case discografiche c'è la pubblicazione di un Report sulla Musica Digitale svolto dall'OECD (Organisation for Economic Co-operation and Development), meglio noto come OCSE (Organizzazione per il Commercio e lo Sviluppo Economico, ah... le sigle). organismo sovranazionale che raccoglie 30 Nazioni tra le più sviluppate al mondo. Si tratta quindi di un'ente al di sopra di ogni sospetto di estremismo o di atteggiamenti di parte. E comunque, non la parte costituita dai semplici utenti di internet, considerando che i membri di tale organismo sono principalmente delegati dai governi nazionali.

Il report è eccezionalmente interessante ed articolato e ci ripromettiamo di esaminarlo in successivi interventi su queste pagine (chi volesse dilettarsi nella lettura del ponderoso documento originale di 132 pagine può trovarlo a questo indirizzo). In esso vengono evidenziate diverse vergognose menzogne propagandate dalle case discografiche, e replicate pappagallescamente da nostri ministri.

Per oggi ci limitiamo a riportare uno dei tanti "finding" (cioè scoperte, risultati) del report: il primp riguarda la diffusione del file sharing attraverso il P2P. Le case discografiche vanno propagandando che le loro denunce penali contro il file sharing ne stanno rallentando drasticamente la diffusione. Ecco quanto invece afferma il rapporto dell'OCSE:

"Around one third of Internet users in OECD countries have downloaded files from peer-to-peer (P2P) networks, with the number of simultaneous users on all P2P networks reaching almost 10 million users in October 2004."
Cioè: "Circa 1/3 degli utenti internet nelle 30 nazioni OCSE hanno scaricato file da reti P2P (peer-to-peer), con un numero di utenti simultanei su tutte le reti P2P che ha raggiunto circa i 10 milioni di utenti nell'Ottobre 2004."

Bene. Cosa implica ciò? Considerando che la gran parte dei file scambiati tramite P2P sono soggetti a qualche forma di copyright, e che le attuali norme sul copyright sono tese esclusivamente ad impedire la libera circolazione delle opere trattando gli utenti come veri e propri criminali (con pene che arrivano alla reclusione), non vi sono altre alternative alle due seguenti:
A) si cambiano le attuali norme sul copyright;
B) ci si attrezza per imprigionare centinaia di milioni di persone.

Ora, considerando che la principale missione dell'OCSE è quella di fornire strumenti ed analisi che consentano ai vari paesi aderenti di legiferare al meglio, la via da seguire sarebbe piuttosto ovvia. O meglio, lo sarebbe se avessimo governanti non servi di precisi e miopi interessi di parte.

Sarà banale ed abusato, ma ci piace ricordare un celebre pensiero di Winston Churchill, che riassume la sua filosofia di legislatore e che molti dei nostri politici dilettanti dovrebbero imparare a memoria: "Se due persone fumano sotto ad un cartello con su scritto "Vietato Fumare" gli si ordina di smettere e gli si fa la multa; se trenta persone fumano sotto allo stesso cartello li si invita ad andare a fumare altrove. Se trecento persone fumano, si toglie il cartello"

Alle prossime.

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