02 ottobre 2006

Privilegiato o coglione

A detta del sottosegretario al fisco Visco, sono un privilegiato in quanto, avendo un reddito superiore a 50.000 euro, appartengo ad una ristretta cerchia (10% della popolazione). A detta di Padoa Schioppa, sono un iper-privilegiato in quanto, disponendo di un reddito superiore a 75.000 euro, appertengo ad una ristrettissima cerchia (1,5% della popolazione).

Tralascio di riflettere sul fatto che la statistica è come la pelle di quella parte non molto nobile del corpo umano (che ha a che vedere con il titolo di questo post): ognuno la può tirare dove vuole. E mi limito ad una doppia riflessione.

A) Sono tra i pochi che guadagna oltre 75.000 euro. Beh, non posso che ringraziare la buona sorte e mi sembra corretto che contribuisca a tirare fuori dalla melma questo sciamannato paese. Effettivamente, sono un privilegiato.

B) Sono tra i pochi che dichiara oltre 75.000 euro. Effettivamente, sono un coglione.

Privilegiato o Coglione Compilation

The Beatles: TAXMAN
Fabio Concato: POVERI NOI
The Beatles: BABY YOU'RE A RICH MAN
Odoardo Spadaro: IL VALZER DELLA POVERA GENTE
Calloway: I WANNA BE RICH
Fabrizio De Andrè: VIA DELLA POVERTA'
Good Charltotte: LIFESTYLES OF RICH AND FAMOUS
Pisano - Cioffi: POVERO SCEMO
Gertrude Lawrence: POOR LITTLE RICH GIRL
Gloriana: LA CANZONE DEI POVERI

16 commenti:

stargazer ha detto...

Alla fine aveva ragione Berlusconi: sei un coglione perché hai votato contro i tuoi interessi ;)

Comunque complimenti per l'onestà, virtù molto rara in questo paese sciamannato.

Doxaliber ha detto...

Speriamo che serva.

Doxaliber ha detto...

...intendo, speriamo che le tue "rinuncie" servano, sto paese è così malridotto... :-/

Anonimo ha detto...

Effettivamente dovresti limitare la tua fedeltà all'erario, perchè effettivamente sarebbe altrettanto meritevole distinguersi per umiltà e tolleranza. Ma capisco che queste due doti siano rare nella ristretta cerchia dei contribuenti d'elite; non perchè non possano essere comprate, ma perchè a forza di tirare avanti la carretta prima o poi viene il braccino corto. Reumatismi, tutto qui.

Gianluca ha detto...

L'alternativa – privilegiato o bischero – a mio sommesso parere è metodologicamente mal posta: il reddito dichiarato è solo misura della propria capacità contributiva. Perciò la mia risposta al quesito che Chartitalia – tra il provocatorio ed il preoccupato – si pone è: cittadino.

Già. Cittadino.

Proverò in breve – se ne sarò capace – di spiegare il perchè.

La cittadinanza non è la semplice appartenenza ad una comunità etnico-culturale, ma è la titolarità di diritti derivanti dall'appartentenza ad una comunità politica, fondata su valori condivisi. Tra questi diritti – almeno oggi, nel mondo occidentale – vi sono quelli all'istruzione, alla sicurezza, alla giustizia, alla salute e, sopratutto, i diritti politici.

Ora non c'è bisogno certo di dimostrare che un conto è la titolarità dei diritti, un altro conto è il loro concreto esercizio. Quante volte ci siamo trovati in situazioni tali per cui l'esercizio dei nostri diritti (la cui titolarità era fuori discussione) è stato di fatto impedito? Basti pensare al diritto alla salute ed alle prestazioni sanitarie: talvolta la lista di attesa per accedere ad un servizio sanitario è talmente lunga che, di fatto, il nostro diritto – seppur esistente – è vanificato nel concreto esercizio. Nessuno, infatti, può essere disposto ad aspettare mesi per eseguire una visita di controllo diagnostico che, se tardiva, potrebbe irrimediabilmente pregiudicare ogni possibilità di cura.

Anche la cittadinanza, dunque, intesa come fascio di diritti, può limitarsi a non andare oltre la mera titolarità. In altre parole, io posso benissimo essere cittadino italiano – essere cioè titolare di una serie di diritti che tale status mi attribuisce – e, ciò nonostante, non avere la possibilità di esercitare in concreto la mia cittadinanza.

Si pensi ad una persona che per ragioni di salute non possa muoversi da casa e che, pertanto, si veda, di fatto, negato l'esercizio del diritto di voto politico, di cui pure rimane titolare, non potendosi recare al seggio (anche se, in verità, la legge prevede che vi sia la possibilità di votare a casa; ma la stessa legge - sia per cattiva volontà delle amministrazioni pubbliche, sia per mancanza di fondi - è rimasta lettera morta).

Lo status di cittadinanza, tuttavia, non attribuisce solo prerogative vantaggiose per chi ne sia titolare, non si sostanzia solo in poteri e diritti del cittadino, ma implica anche alcuni doveri. Per ripetere le parole di Gian Enrico Rusconi, “essere cittadini non significa soltanto fruire di beni-diritti soggettivi ma impegnarsi a contribuire alla loro produzione. I diritti sono beni costosi e l'impegno dei cittadini ad assumersene la propria parte non è frutto di altruismo disinteressato ma è (dovrebbe essere) un comportamento che è intrinseco allo status di cittadini, che riconoscono di avere vincoli di reciprocità” [G.E. Rusconi, Possiamo fare a meno di una religione civile?, Laterza, 1999, p. 35, corsivo dell'Autore].

Non il riconoscere in teoria, ma rendere possibile in pratica l'esercizio della cittadinanza è il compito che tradizionalmente spetta allo Stato, il quale – per poter davvero operare – ha bisogno di mezzi. Ha bisogno, cioè, di denaro. E – dacché esiste lo Stato – il denaro proviene dalla leva fiscale, dal gettito.

Si potranno discutere le modalità e la misura del prelievo fiscale, ma – a me pare – è fuori discussione che le imposte vadano pagate per puro interesse personale: in assenza di quel denaro nessuno di noi potrà concretamente esercitare i propri diritti.

La misura del reddito imponibile, dunque, non è certo il metro per poter stabilire se un cittadino sia un fesso (a meno di non assumere come paradigma di cittadinanza, chi viola sistematicamente e scientificamente i suoi doveri fiscali attraverso false dichiarazioni o contabilità artefatte: ma quello è un criminale, non un furbo!), oppure sia un privilegiato. Anche perché la percezione della propria fortuna o sfortuna è molto soggettiva: c'è chi, come il sottoscritto, pur avendo un reddito lordo imponibile non superiore ai 40'000,00 euro, si considera una persona fortunata (esercito la professione che ho scelto, la casa in cui vivo con mia moglie è di nostra proprietà, mi posso permettere piccoli lussi – che per me sono i libri ed i dischi –, tutti gli anni mi godo una settimana di vacanza in qualche bel posto, ecc.); e c'è chi, pur dichiarando un reddito imponibile di oltre 100'000,00 euro, si sente un disgraziato (economicamente, sia chiaro).

Tuttavia, per stare un po' con i piedi in terra, occorre considerare che, ad esempio, un giovane insegnante (di ruolo) di scuola superiore ha un reddito lordo annuo non superiore a 25'000,00 euro; e che – nel 2004, secondo una analisi della ADN-Kronos – la retribuzione mensile del 75% dei lavoratori delle imprese private oscillava tra i 1'000,00 ed i 2'000,00 euro (sicché, a fine anno, la retribuzione lorda di un dipendente di impresa difficilmente supera i 30'000,00 euro lordi).

Una volta esaminati questi dati, è innegabile che quelli che hanno un imponibile superiore ai 35/40'000,00 euro godono di un maggior benessere ed hanno maggiori possibilità rispetto a chi – e sono la stragrande maggioranza – quel reddito non ha.

Il discorso, a questo punto, potrebbe ampliarsi a dismisura, giacché – ne sono ben conscio – ci sono situazioni e situazioni (35'000,00 euro lordi in famiglie monoreddito con figli sono decisamente meno degli stessi 35'000,00 euro lordi percepiti annualmente da un “figlio di famiglia”, senza oneri o responsabilità genitoriali e coniugali). Inoltre, come ripeto spesso a chi – miopemente, a mio giudizio – contesta genericamente il livello di tassazione italiana, il problema non sono le tasse, ma i servizi che noi riceviamo, dallo Stato e dalle altre pubbliche amministrazioni, come “corrispettivo”. La protesta – dura, ma anche seria e motivata – deve riguardare i disservizi, non le tasse; la spesa, non l'incasso (perché se lo Stato incassa 100, non può dilapidare 150... ed anche quei 100 che ha, li deve saper spendere!); gli abusi e le eccezioni, non la regola (l'eccezione – ma possiamo anche chiamarla abuso – è rappresentata, ad esempio, dallo “scudo fiscale” garantito a chi aveva illecitamente esportato valuta all'estero per farla rientrare).

Se, dunque, fossi costretto a scegliere uno dei corni dell'alternativa – bischero o privilegiato – ripeterei le parole di Chartitalia: “non posso che ringraziare la buona sorte e mi sembra corretto che contribuisca a tirare fuori dalla melma questo sciamannato paese”.

Anche se spesso penso che non lo meriti.

Anonimo ha detto...

Il problema è dimosrtrare come si guadagnano 75000.Possono essere ben guadaganati o rubati.

M.S. ha detto...

Cioè... tutti i tuoi discorsi sinistroidi e guadagni oltre 6mila euro al mese ??? Beh, congratulazioni, io queste persone le chiamo "portafoglio a destra e cuore a sinistra" ! :-)

PS: indovina in cosa sono laureato e di cosa mi occupo professionalmente ? Statis..... ???? :-)))
E' ben altre cose oltre alla pelle di quella parte non molto nobile del corpo umano, te lo assicuro !

oguas ha detto...

Visto Report ieri sera?
Michael May, tedesco della Ruhr, ex-minatore e sindacalista molto impegnato nella tutela dei diritti dei lavoratori, ha ereditato dal padre, architetto ricchissimo, e dalla madre decine di migliaia di euro in beni immobili e mobili, e li ha utilizzati quasi tutti per finanziare il MLPD (Partito Marxista-Leninista di Germania).

May pensa che il modello capitalista non funzioni, che invece di un creso che si fa una villa per poi usarla dieci giorni l'anno e magari lasciare il riscaldamento acceso per non chiamare un tecnico, è meglio avere cento benestanti che quella villa se la affittano un po' per uno. Non pretende certo di essere poveri e di non avere proprietà come gli anarchici; nella sua piccola formazione politica (0,06%) ci sono tutte le classi sociali, e lui stesso ha la sua bella casetta e la sua bella macchina. Solo che non vuole disparità.

In Italia uno per diventare onorevole DEVE accentuare la disparità. Si va dai razzisti (Lega Nord), agli auto-interessati (Forza Italia), ai difensori dello stato di polizia (AN), ai soldati vaticani (UDC-Udeur-rutelliani), a quelli del "capitalismo umano" che non è mai esistito (prodiani-fassiniani), a quelli dell'intrallazzo laico (SDI-Radicali-correntone), per finire con la triade comunista-verde, che sì, può vantarsi di difendere la parte più debole; ma con un'energia risibile rispetto alle battaglie sostenute per altre cause più remunerative.
Per tutti, padroni occulti, scopi palesi e scopi più o meno nascosti, e il tentativo di far passare la difesa dei secondi come sforzo per i primi. Sembrano dei bambini viziati col loro sacchetto di caramelle: tutti a strillare perché nessuno gliele tocchi. E alla fine, successo o insuccesso, sono lì sistemati per la vita. E chi si stupisce se ci sono così tanti partiti!

Perché qui non ci sono idealisti come Michael May che si svenano per un'ideologia, peraltro scomoda?
Dal mio dentista ho visto un numero di Capital. Titolo: Matteo e Luca Cordero di Montezemolo, da padre a figlio. Foto di fighetto figlio (davanti) e fighetto padre in copertina. Bene! Alla Fiat arriva un "giovane rampante", lo si caccia visti i risultati alla scuderia Ferrari (1975), lui ne fa di cotte e di crude, pesta i poliziotti (Montecarlo e Watkins Glen), ma auto e pilota sono imbattibili e via con la fanfara, arriva fino a organizzare un baraccone ignobile (Italia '90) per il quale i sindaci, amici suoi e del partito di famiglia, dissanguano le casse comunali con opere inutili. Debiti per decenni. Ma LCDM è ormai idolatrato, e per prima cosa sistema la prole. MCDM è già diventato il prescelto, quello al quale si darà tutto perché è lui.
Ecco, qui non avremo mai un figlio di architetti che diventa sindacalista perché FARÀ L'ARCHITETTO. Così come onorevole genera onorevole, mafioso genera mafioso, il bottegaio evasore fiscale passa al figlio la bottega con evasione fiscale annessa, e il morto di fame, o ha un morto di fame, o è fortunato e crea un leccaculo.

Caro chartitalia, tu sospetti di essere un coglione per essere ricco ed aver votato Prodi. Hai ragione, sei proprio un coglione; nel significato usato dal piduista in blu prima delle elezioni. Il fatto di non averlo votato pur essendo ricco casomai fa di te un coglione in tono minore. Che cosa dovrei dire io, che non l'ho votato, non lo voterò mai, e non ho più un euro essendo figlio di un pover'uomo che è stato dipendente dello stato e pagatore di tasse per gli altri per 40 anni? Sono forse un coglione doppio, visto che mi illudo che possa cambiare qualcosa ad ogni elezione?

Un'ultima cosa: visto che hai i soldi, l'idea di emigrare l'hai presa in considerazione?

Gianluca ha detto...

Rapidamente, in risposta a M.S. ed Oguas.

Penso che abbiate le idee un po' confuse, se pensate che chi ha un reddito di circa 75'000 euro l'anno sia uno "con i soldi". Questi sono redditi per persone normali che fanno lavori normali, anche se - magari - si assumono qualche responsabilità in più rispetto alla media.
E poi non è che con 75'000 euro lordi annui ci si possa permettere chissà che vita di sfarzo!

Il problema, mi pare, è che si finge di non comprendere che la consonanza con lo spirito della sinistra non ha nulla a che vedere con il reddito. Si insiste nel voler identificare la sinistra con i comunisti nemici della proprietà privata. Si dimentica che - a sinistra (una sinistra liberale, moderna, progressista) - sono stati schierati spiriti elevati come Arturo Carlo Jemolo, Piero Calamandrei e Norberto Bobbio, che non erano certo né poveri, né comunisti.

oguas ha detto...

Dott. Navarrini, mi sento terribilmente a disagio nel rispondere in maniera così critica ad un Suo intervento, ma ritengo che il mio messaggio sia stato terribilmente frainteso, e che nelle sue parole scritte sia presente un leggero pregiudizio.
Bobbio, Calamandrei sono socialisti come lo era Turati che affermava che i dipendenti dovevano essere più ricchi dei padroni. Sono tre intellettuali con le loro idee e le hanno difese sempre (esempio non tanto frequente, specialmente a destra, come insegna Majakowski).
I liberali - quelli veri, che ad esempio consideravano una follia finanziare la scuola privata - erano esponenti di un'ideologia ben diversa, e anche tra di loro vi era qualche fine pensatore.
Con i comunisti formano tre fronti - socialista, laico e comunista - che sono stati alla base della politica italiana del dopoguerra per circa 50 anni, e ci sarebbero molte critiche da fare sulla sua "liquidazione" di una di esse con poche parole. La comunista Bologna non era forse tra le due o tre città più ricche d'Italia anche nei '60-'70?
Ma la cosa che mi preme più sottolineare, è che non intendevo - comunque la penso - tessere un elogio dell'ideologia professata da Michael May. Mi chiedevo solamente chi in Italia sarebbe arrivato ad abbracciare un'idea qualunque fino ad arrivare a gesti clamorosi come il suo. Quella della coalizione (sedicente) di sinistra, la maggior parte dei quali ha schifo persino della parola "socialdemocratico", o quella di destra che vuole imporre il liberismo coi metodi del fascismo?
Ricordiamoci che uno dei primi a voler essere chiamato "riformista" in Italia è stato quel galantuomo di Bettino Craxi.
Infine, sulle aliquote: uno che guadagna 75.000 Euro l'anno, con queste aliquote, al netto si ritrova circa 3.500 Euro al mese se è onesto e anche 6.000 se è evasore. Non è del tutto giusto, ma non morirà certo di fame in entrambi i casi. La situazione cambierà quando chi farà anche una pur lieve apologia dell'evasione fiscale in campagna elettorale non sarà più eleggibile.

Gianluca ha detto...

Caro Oguas,
intanto - com'e consuetudine tra noi surfisti della rete - diamoci del tu. Altrimenti finirò - io sì - per sentirmi terribilmente a disagio! :-)
Ciò premesso, temo, anch'io, di essere stato frainteso; d'altra parte, con sollievo, prendo atto che le nostre posizioni sono meno distanti di quanto, forse, non mi apparisse a prima vista. Ad ogni buon conto, visto che ci sono, debbo confessare che l'incipit del mio ultimo post, prendeva spunto dalla tua ultima frase (vale a dire: "visto che hai i soldi, l'idea di emigrare l'hai presa in considerazione?"). E' una domanda che - ai miei occhi (assonnati) - tradisce una concezione della ricchezza e della cittadinanza che non condivido nè poco, nè punto.

Quanto a Turati... non mi era passato neppure per la testa di citarlo. E' vero che era socialista (uno di quelli della prima ora, in Italia), ma è vero pure che non era un massimalista (e, per l'epoca, aveva una visione lucidissima, anche se non sempre tale visione si tradusse in una conseguente e coerente attività politica). E forse Turati avrà pure detto quel che tu riferisci.

Però gli altri due - Bobbio e Calamandrei (Jemolo ce lo siamo perso per la strada) - non mi pare che fossero socialisti alla Turati. Piuttosto erano liberalsocialisti. E qui dovremmo aprire una discussione lunga ed estenuante sulla vita e l'opera di Carlo Rosselli, sul suo Socialismo liberale (testo scritto nel 1930, mentre era al confino, e di una bellezza, di una profondità e di una attualità impressionante), sulla sua "mistica" della libertà, sul suo essere - se così si può dire - mazziniano.

Quanto ai liberali, io - seppur con qualche tendenza socialisteggiante (e, dunque, Rosselliana, Bobbiana e Calamandreiana) - sono uno di loro.

Non ti far trarre in inganno dal fatto che Calamandrei trovò rifugio nel PSDI e Bobbio nel PSI. Erano, in realtà, degli "azionisti". (Insieme a loro, molti altri: Ferrucio Parri, Ugo La Malfa, Oronzo Reale, Guido Calogero ed Ernesto Rossi. Non anche - come erroneamente riporta la voce di Wikipedia - Aldo Capitini, benché anch'egli liberalsocialista).

E, per quanto non abbia certo letto tutto quel che hanno scritto, non mi risulta che Rosselli, Bobbio e Calamandrei abbiano mai sostenuto per davvero che i dipendenti dovevano essere più ricchi dei padroni. Affermavano, invece, che "il socialismo, inteso nel suo significato più sostanziale e giudicato dai risultati - movimento cioè di concreta emancipazione del proletariato - è liberalismo in azione, è libertà che si fa per la povera gente... La libertà non accompagnata e sorretta da un minimo di autonomia economica, dalla emancipazione dal morso dei bisogni essenziali, non esiste per l'individuo, è un mero fantasma. L'individuo in tal caso è schiavo della sua miseria, umiliato nella sua soggezione; e la vita non può avere per lui che un aspetto e una lusinga: il materiale. Libero di diritto, è servo di fatto. E il senso di servitù aumenta in pena ed ironia non appena il servo di fatto acquista coscienza della sua libertà di diritto e degli ostacoli che la società gli oppone per conseguirla" (C. Rosselli, Socialismo liberale, Torino, 1997, pp. 90 e 91).

Dunque, nessuna condanna della ricchezza o della proprietà privata, ma rivendicazione di eguali libertà ed eguali opportunità per tutti. Il che non significa eguaglianza materiale, omologazione ed appiattimento.

Quanto ai fini pensatori liberali, ve ne sono molti e di alcuni ho avuto modo di apprezzare gli scritti. Diciamo che, in linea di massima, riesco ancora a distinguere un liberale puro da un socialista puro! :-)
Per intenderci, non mi capiterà di scambiare John Locke, John Stuart Mill, Ludwig von Mises, Friedrich August von Hayek o Milton Friedman, con Karl Marx, Friedrich Hengels, Rosa Luxemburg, o Antonio Gramsci! Ma, ti assicuro, distinguere le posizioni di Giuseppe Mazzini da quelle di Alessandro Manzoni (non scherzo), quelle di Norberto Bobbio da quelle di Dario Antiseri, quelle (tanto per andare nella patria del liberalismo) di Quentin Skinner da quelle di Isaiah Berlin, non è affatto semplice. Si tratta di sfumature. Io sto dalla parte di Mazzini, di Bobbio e di Skinner; ma dormirei tranquillo anche se gorvernassero Manzoni, Antiseri o Berlin.

Infine, in relazione alla triade Comunisti-Cattolici-Laici non posso non rilevare che si tratta di uno schema didattico. Come tale ha un valore essenzialmente metodologico e non fotografa la realtà dei fermenti dell'Assemblea Costituente. Tanto per chiarire: il Partito dell'Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini sta tra i laici, insieme al PSDI, al PLI ed al PRI, con un peso considerevole (con oltre il 5% dei suffragi, porta alla Costituente una trentina di deputati); anche il Partito d'Azione sta tra i laici, ma riesce a far eleggere meno di dieci deputati. I due movimenti, se confrontati, sono quanto di più distante si possa trovare. Lo stesso discorso può essere fatto per il PSI (ancora non succube del PCI, ma neppure affrancatosi dal pensiero marxista-leninista), rispetto al PLI ed al PRI.

Insomma - e sono d'accordo con te - non si può liquidare in due parole un'era.

Per chiudere, mi permetto (in riferimento al tuo primo post) di segnalarti questo mio vecchio intervento. Vedrai che ci riconciliamo. ;-)

Anonimo ha detto...

Ma chi veramente sei???????????
Forza e coraggio.
Non sono solo canzonette.

oguas ha detto...

Caro Gianluca, in due parole - altrimenti monopolizziamo il blog - secondo me non c'è nemmeno il bisogno di riconciliazioni, è stata una discussione, non siamo mica Mastella e Di Pietro che alla prima parola esplodono.
Invece ho una notizia per chartitalia: Padoa Schioppa ti ha appena definito ricco.
Bello, eh?

chartitalia ha detto...

certo oguas, lo sapevo già...
ciò che irrita in questi tentativi è una certa componente di mistificazione che si portano dietro

ma ci vuol tanto a dire: siamo nella merda ed occorre uno sforzo supplementare per tirarci fuori; no, devono inventarsi delle idiozie quali, diamo ai "ricchi" per dare ai "poveri" ed amenità del genere

Anonimo ha detto...

Mah.No comment.
Per l'amor di dio.

Diego II ha detto...

Cosa vuoi che ti dica? "Ricordatelo, il prossimo 9 aprile!"

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